»»New York Times: Dolce Vita nemica della Globalizzazione
C’è un articolo pubblicato nei giorni scorsi dal New York Times, che non può non far riflettere noi Italiani.
In Vive La Dolce Vita, si parla di Italia, con molte verità , ma anche con i luoghi comuni e gli stereotipi di sempre.
L’articolo comunque sostiene, che le nostre abitudini nel lavoro e nel business mal si adatterebbero ai processi di globalizzazione. Se così fosse, nubi nere si addenserebbero sul nostro futuro, anche perchè a sentire il giornale americano, sarebbero la nostra cultura e la nostra mentalità incompatibili con i nuovi scenari economici e del business.
Alcuni passi significativi dell’articolo:
“…Each country has its talents; Italy has a talent for beauty. This attribute is not easily measurable: no online graphic can illustrate it. Still, it is palpable,[…]
The modern world does not like such particularities. The rapid movement across borders of capital, goods, labor, technologies and ideas — the thing we call globalization — is a process of accelerated convergence. It brings many welcome things, among them opportunity and cheap goods; it also stirs unease because its stamp is sameness and its pre-eminent criterion efficiency.”
Sostiene in sintesi, che il criterio dell’efficienza, su cui si baserebbe la globalizzazione, è antitetico a quello, che sempre il giornale chiama, il nostro talento per la bellezza. Francamente trovo ciò, semplicistico e discutibile.
Continua poi:
“Italians, too, are unhappy with the advance of “precariousness.” This is still a society where a central goal is to be “sistemato” — secured in a paid position, preferably not too labor intensive, that can be held for life and, if possible, passed on to the children.”
Bè, qui non gli si può dar torto. Questo è un Paese, dove molti (forse la maggioranza) sono così attaccati al posto fisso, che farebbero carte false per tenerlo tutta la vita e magari anche trasferirlo ai figli. Io allargo il concetto, dicendo che questo è vero non solo per il lavoro dipendente, ma anche per le libere professioni e per le attività imprenditoriali. Quella situazione che sarebbe vissuta come una prigione dalla quale evadere (e non solo dagli Americani), viene considerata come il massimo raggiungimento per molti Italiani. Questo fa a pugni con quello che è lavoro e business in un’economia globalizzata.
Qui il New York Times fa centro in pieno. E naturalmente ci porta a riflessioni amare sul nostro futuro.
L’articolo conclude poi con: “Globalization has no place for such ‘dolce far niente’”. Sostituirei ‘dolce far niente’ con ‘Immobilismo e conservazione‘, meno stereotipato ma sempre molto preoccupante. Immobilismo, significa attaccamento al posto fisso, ma anche scarsa la capacità dei professionisti e delle imprese di innovare, di comprendere i nuovi trends dell’ economia globalizzata.

