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»» Tessile: regione sudafricana pianifica riconversione

 

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Con la cessazione dell’Accordo Multifibre (MFA), non sono solo le industrie tessili delle aree sviluppate ad essere colpite dalla concorrenza cinese, ma anche quelle dei Paesi in via di sviluppo. Dal primo Gennaio, data della cessazione del MFA, il settore tessile della regione sudafricana sta vivendo momenti difficili, che mettono a dura prova le intere economie dei Paesi di quell’area, le quali spesso si basano sulle manifatture tessili.

Nel Lesotho nei primi 6 mesi dell’anno sono stati persi posti di lavoro pari al 25% della forza lavoro complessiva impiegata nel settore, inoltre molte grandi fabbriche minacciano di chiudere o di ridurre drasticamente gli organici. (fonte irinnews.org)



( immagine da irinnews.org )

La fine dell’Accordo Multifibre ha finito per portare ad un aumento delle esportazioni tessili cinesi in mercati dove prima esportavano massicciamente le loro produzioni Lesotho, Swaziland ed altri Paesi della regione sudafricana. I prodotti cinesi hanno prezzi più competitivi di quelli provenienti da questi Paesi per una serie di ragioni, tra le quali, non secondaria, quella legata alla politica monetaria di Pechino che mantiene volutamente debole la propria valuta. Il Sud Africa é l’unico Paese della regione che sta studiando misure per difendere le sue produzioni tessili dalle importazioni dalla Cina; comunque, qui come negli altri Paesi dell’area, visto il nuovo scenario determinato dalla fine dell’Accordo Multifibre, si ritiene di non poter più competere nel lungo termine in questo settore e si sta quindi pianificando di riconvertire molto del settore tessile in altre aree produttive.

07-07-2005 - in: 00-Fatti, Eventi | Paesi

»» la disputa sul tessile Cina USA

 

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Secondo quanto riportato da Xinhua news agency, Zhao Hong, rappresentante incaricato per i negoziati del Ministero del Commercio della Cina, avrebbe dichiarato che c’é la volontà di risolvere la disputa con gli USA circa le esportazioni di prodotti tessili cinesi, arrivando possibilmente ad un accordo simile a quello siglato giorni fa con l’UE.
Si attende però un secondo round di negoziati, visto che il primo svoltosi all’inizio di giugno con il ministro americano al commercio estero Gutierrez ha dato esito negativo.

Del resto, un accordo in questa direzione eviterebbe alla Cina di limitare l’import di cotone dagli USA, una decisione che Pechino minaccia di adottare come misura ritorsiva, in risposta alla recente reintroduzione in America, delle quote sui prodotti tessili importati dalla Cina.

25-06-2005 - in: 00-Fatti, Eventi

»» Moda italiana in Giappone : é l’ora dell’ Italian Oyaji

 

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di Sergio Grasselli

La nostra quota di export perde punti percentuali, ma forse il fascino del ‘made in Italy’ rimane ancora intatto in tutto il mondo. In particolare per ciò che concerne il design e la moda italiana.

In Giappone, dove l’alta considerazione per il ‘made in Italy’ é stata testimoniata anche di recente dal numero di visitatori del Padiglione Italia all’Expo Universale di Aichi, la nostra moda sembra far decisamente presa ora sugli over 50 o 60.
Un articolo su AP nei giorni scorsi, riportava come una nuova tendenza di vestire sia esplosa in questa fascia di età: non più la scontata ‘uniforme’ dell’ Oyaji (il Giapponese di mezz’età poco attento alla moda, oggetto di derisione da parte delle fasce di età più giovani), ma un look ed in genere uno stile di vita più giovanile, con regole che sarebbero state considerate trasgressive qualche anno fa, quali per esempio, la possibilità che viene data ora agli impiegati ministeriali di non indossare la cravatta.
Ovviamente l’industria della moda si é subito adeguata, con nuove catene di negozi che rispondono a questa nuova tendenza con abiti, accessori, cosmetici pensati per questo target. La parte del leone la fanno le griffes Italiane, tanto che riviste di costume etichettano questo nuovo uomo giapponese come ‘Italian Oyaji’.
A proposito di riviste specializzate, da Marzo in Giappone ne viene pubblicata una nuova dedicata a questa fascia d’età, si chiama Uomo e come il titolo lascia già intendere é fortemente centrata su stile e moda italiani.

Insomma anche se in certe aree del mondo la quota di export arretra e certe volte sembra che la nostra moda non faccia più parte dei programmi di acquisto dei consumatori, in altre fa ancora parte dei sogni di una clientela ricca.

Questo é incoraggiante, ma sopratutto dovrebbe stimolare la nostra industria del settore a monitorare più attentamente le nuove tendenze del mercato globalizzato ed a rispondere tempestivamente alle nuove esigenze che ne scaturiscono. Stare in testa ai ’sogni’ di una potenziale clientela é importantissimo, ma non basta, é necessario ma non sufficiente per fare business, le nostre aziende del settore devono agire con strategie mirate a trasformare potenziali clienti in fatturato.

18-06-2005 - in: 00-Fatti, Eventi | Paesi

»» L’industria calzaturiera europea chiede misure contro l’import dalla Cina

 

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di Sergio Grasselli

Circa 400 persone, rappresentanti dell’industria calzaturiera europea, hanno manifestato a Bruxelles chiedendo alla Commissione UE di prendere decisioni contro l’invasione di prodotti del settore provenienti dalla Cina. Le associazioni dei calzaturieri chiedono in particolare al Commissario al Commercio dell’UE Mandelson di adottare misure contro la politica di dumping delle aziende cinesi, la quale sarebbe responsabile, in riferimento al primo quadrimestre 2005, della caduta dei prezzi (- 28%) e dell’aumento vertiginoso delle importazioni (+ circa 600%).

Gli imprenditori europei imputano comunque prevalentemente alle importazioni dalla Cina, la crisi che sta vivendo il settore. Le cifre giustificano la preoccupazione degli operatori del calzaturiero: il numero degli addetti nel settore é sceso dai 405.270 del 1998 ai 290.129 dell’anno scorso, con previsioni di dimezzamento di questa cifra entro i prossimi 2 anni; Paesi maggiormente colpiti sarebbero ancora Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Grecia e Polonia. (Bloomberg)

Il Commissario Mandelson annuncia che lancerà un’inchiesta per verificare l’esistenza di prezzi inferiori al costo di produzione per alcuni tipi di calzature provenienti dalla Cina che potrebbe portare poi ad adottare conseguenti decisioni in tempi più brevi del solito.

In un seminario tenuto in Cina, lo stesso Mandelson ha però tenuto a sottolineare che “..la crescita di Cina ed India, non deve servire per adottare misure protezionistiche, ma deve dare un impulso per arrivare a riforme strutturali ed a una maggiore competitività in Europa e USA…”. Ha poi aggiunto: “Ieri il tessile, oggi le calzature, domani cosa? Elettronica? Automobili? Non voglio essere ricordato come il Commissario che ha ostacolato il libero commercio…” (Reuters)

Come interpretare queste dichiarazioni? Alla luce dell’accordo Ue-Cina sul tessile di qualche giorno fa, il quale etichettato come ‘una camomilla somministrata in ritardo’ ha scontentato molti, forse non c’é da aspettarsi nel settore calzaturiero, misure troppo energiche dirette a contrastare l’aumento esponenziale di import proveniente dalla Cina .

16-06-2005 - in: 00-Fatti, Eventi
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