»»Ora anche compagnie aeree si promuovono su Second Life

Sono già molte le grandi aziende che hanno deciso di promuoversi su Second Life, il mondo virtuale creato dalla americana Linden Lab, che conta su milioni di utenti registrati e che ha una sua economia ed una sua valuta. Tra queste: Toyota, IBM e Reuters Group.

Ora Second Life potrà annoverare tra i suoi utenti anche una compagnia aerea, la brasiliana TAM.
La TAM dice che ci sono 200mila Brasiliani che usano Second Life e perciò potrebbe essere un potente strumento di marketing.

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»»Vendite online: in Europa +51% nel 2005

E’ il Regno Unito il mercato più importante per lo shopping online in Europa, lo riporta la BBC.co.uk, citando uno studio della società di ricerca Mintel International Ltd.
La spesa complessiva per le vendite online ha raggiunto in Gran Bretagna i 9,79 miliardi di euro nel 2005, poco meno in Germania, seconda in questa classifica, con 9,71 miliardi di euro.

In Europa il valore complessivo delle vendite online ha raggiunto i 40,2 miliardi nel 2005, con un aumento del 51% rispetto al 2004; gli analisti di Mintel, stimano che questa cifra triplicherà entro il 2010, grazie anche al miglioramento della sicurezza nelle transazioni online.

Cifre che dovrebbero convincere i più scettici in Italia, che la vendita online, è una soluzione che dovrà essere, quantomeno, attentamente studiata da molte aziende, se vorranno mantenersi sul mercato.

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»»Crowdsourcing: il prodotto disegnato dal consumatore

Un articolo pubblicato oggi da BusinessWeek, parla di Crowdsourcing (combinazione di crowd + sourcing), come l’ultima tendenza che alcuni produttori stanno seguendo nel tentativo di personalizzare al massimo le produzioni sui gusti dei consumatori.

In pratica l’azienda invita il pubblico a disegnare gli oggetti che produrrà, o comunque, ad inviare idee e suggerimenti su come migliorare i prodotti. Una certa tecnologia permetterà ai consumatori di disegnare ed inviare le creazioni all’azienda, la quale le valuterà e si riserverà di sciegliere le più idonee, per affidarle eventualmente a designer professionisti o per metterle direttamente in produzione.

E’ una relazione produttore - consumatore altamente interattiva, dove tutti gli attori hanno da guadagnare.

- I designer dilettanti che invieranno i suggerimenti (non pagati o retribuiti con un minimo) riceverranno i credits per il loro lavoro, ottenendo così una certa vetrina per la loro professionalità.
- Le aziende, oltre ad aver risparmiato sullo sviluppo del prodotto, riceveranno importanti indicazioni circa l’evoluzione dei gusti del consumatore. La raccolta di queste proposte … continua

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»»Clochards negli USA utilizzano Internet più delle PMI in Italia?

La storia potrebbe sembrare una di quelle tipiche americane, ma non lo è.
E’ qualcosa che invece invita a riflettere sul rapporto che abbiamo con Internet in Italia. Ed è per questo che ho ‘linkato’ quest’articolo pubblicato dall’autorevole e popolare Wired.com.

L’articolo tratta di molte storie di senzatetto che grazie ad Internet stanno abbandonando la vita di strada, riuscendo in qualche maniera a tornare ad una vita più normale.

Come detto non ci interessano le varie storie, ma le considerazioni che fa Michael Stoops, responsabile di National Coalition for the Homeless, un’organizzazione che presta soccorso a coloro che vivono per strada.
Dice Stoops

1. Quasi tutti quelli che vivono per strada negli USA hanno un indirizzo email.
2. Obiettivo primario delle organizzazioni di soccorso è stato quello di fornire un indirizzo email a tutti i senzatetto e consentirgli un collegamento ad Internet (con un accesso gratuito nelle biblioteche pubbliche in tutto il Paese).
3. Un indirizzo email, associato in molti casi anche ad una presenza sulla rete ottenuta usufruendo dei molti servizi gratuiti (es. MySpace), ha consentito a molti ‘homeless’ di conservare contatti con famiglie o amici, di mantenere ancora un piede nella società e qualche volta, come riporta l’articolo (ma questo ora non ci interessa), anche di fare business.
4. Il ‘digital divide’ sembra non esistere per la gente che vive nelle strade negli USA.

E’ sopratutto il punto 4. che ci fa riflettere. Perchè in Italia il digital divide esiste eccome e riguarda tutti i ceti. E sta producendo (ma produrrà molto di più in futuro, indipendentemente da quanto un sistema sia più o meno ‘welfare oriented’) una divisione tra chi subisce la tecnologia dell’informazione e tra chi riesce ad utilizzarla.

E per le aziende, digital divide si ripercuote sopratutto in una perdita progressiva della competitività.
L’articolo ci suggerisce poi, che se i barboni in America utilizzano Internet più di quanto faccia la ‘middle-class’ in Italia, significa che è un problema di cultura e non di disponibilità o meno di attrezzature informatiche.

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»»Internet ed Internazionalizzazione PMI: Gran Bretagna

Detto delle difficoltà delle nostre imprese nell’utilizzare Internet per fare business, vediamo come stanno gli altri, almeno in Europa. Stando ai numeri di Eurostat, tutti meglio di noi, ma vediamo in particolare la situazione relativa alle piccole imprese.

In Gran Bretagna uno studio commissionato da Lloyds TSB Business che ha preso in esame un campione di 104 imprese con meno di 50 dipendenti, ci restituisce i seguenti risultati. (fonte: silicon.com)
- il 13% delle imprese non utilizza la posta elettronica e circa il 30% evita in genere Internet;
- il 30% delle imprese intervistate dichiara di usare la rete per sviluppare gli affari;
- il 28% dice di aver conquistato nuovi mercati grazie ad investimenti nella Information Technology;
- i due terzi del campione dice che senza gli investimenti operati nella ICT non sarebbero oggi in grado di operare nel mercato;
- il 50% ammette che tali investimenti hanno contribuito a ridurre i costi generali.

Nel Regno Unito tali risultati sono stati letti con qualche preoccupazione. Dicono che le piccole imprese non investono a sufficienza in ICT e questo ne ridurrebbe la competitività.

E l’Italia? Sarebbe interessante uno studio simile. La mia esperienza con le piccole medie imprese mi porta a dire che questi numeri, che destano preoccupazione in Gran Bretagna, sarebbero già un grande traguardo per noi.
In particolare, credo che la percentuale di aziende che in Italia sviluppa nuovi affari o conquista nuovi mercati grazie ad Internet sia vicina allo zero.

Non è solo la quota di investimenti destinata ad Internet che è bassa, ma il livello dei servizi e delle professionalità acquisite con tali investimenti che è decisamente inadeguato, per fare business, per internazionalizzarsi ecc…
In Italia, quando si parla di investimenti in ICT, le aziende pensano ad hardware (che perlopiù rimane inutilizzato), ad un sito web (che avrà visibilità uguale zero) e a niente altro.

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